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B2C, BOOKS TO COSMOPOLITANS / Il blog di Umberto Martino

B2C, sceneggiature e film – “L’invasione degli ultracorpi” diretto da Don Siegel

Un canto seducente si diffonde tra le spoglie colline e le sue sottili e melodiose vibrazioni raggiungono l’ingresso dell’abbandonata miniera, quasi ad imitazione dell’ammaliante canto di una sirena. È quasi sera e i chiaroscuri soffusi donano al paesaggio un velato senso di inquietante mistero. Miles e Becky, rifugiatisi dopo la fuga all’interno del giacimento, vengono attratti da quel suono che sembra promettere loro una speranza, una via di fuga dall’incubo che stanno vivendo nella cittadina di Santa Mira, luogo nel quale “sono cambiate tante cose e tante sono rimaste uguali”.

Becky: “Miles, non ho mai sentito niente di così bello. Non siamo rimasti noi due soli a sapere cos’è l’amore”.

Miles: “Resta qui e prega che sia vero quello che hai detto. Torno subito”.

Ma la melodia, che pare cantata da una donna reale e colma di sentimenti, altro non è che una canzone trasmessa da una radio di un furgone fermo in attesa di essere riempito di quegli strani bozzoli già visti nei giorni precedenti da Miles e Becky. Ritornato all’ingresso della miniera la trova assopita: non avrebbe dovuto addormentarsi, la metamorfosi avrebbe preso il sopravvento. Miles la incita a riprendere le forze per raggiungere la vicina autostrada, che è la loro salvezza per raggiungere zone non ancora contaminate da quello strano fenomeno e dare l’allarme. Ma dal bacio colmo d’amore che le dona riceve insensibilità: ormai non c’è più scampo per lei…

Becky: “Mi sono addormentata ed è accaduto…avevano ragione”.

Miles: “Non avrei dovuto lasciarti”.

Becky: “Devi smetterla di comportarti come uno stupido, arrenditi Miles!”.

Miles: “No, mai”.

Becky: “Sta qui, sta qui! Prendetelo… prendetelo!”.

In fuga disperatamente verso l’autostrada, riuscirà Miles a raggiungerla, salvarsi e farsi credere, riuscendo così a salvare l’intera umanità dalla sua spersonalizzazione completa, dalla sua disumanizzazione?

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Dialoghi essenziali e incisivi caratterizzano l’intera sceneggiatura, che si svolge nel giro di 48 ore a partire dal momento in cui il dottor Miles J. Bennell ritorna in treno nel paese natale di Santa Mira. La scena appena descritta è fondamentale per poterne comprendere il significato, che non può essere inteso solo attuando un’analisi superficiale. La modernizzazione che colpisce la cittadina sta “standardizzando” e “omologando” gli esseri umani. Partendo da una critica strettamente personale, asserisco che nel film, un misto tra il genere fantascientifico e quello giallo, si nascondono alcune figure allegoriche: l’ingresso della miniera simboleggia la coscienza dell’anima umana che non deve assopirsi di fronte al suo annientamento, ma che deve rimanere desta e saper porre resistenza; il canto melodioso indica probabilmente la falsa via della salvezza, che non giace nella nostra interiorità, ma all’esterno: una falsa ancora che, distogliendo i nostri sforzi dal reale obiettivo, potrebbe non permetterci di riuscire a salvare le persone che più ci stanno a cuore; la fuga disperata verso l’autostrada, invece, è l’impeto della nostra anima che, dopo aver preso coscienza di sé, non deve rimanere stazionaria nella sua immobilità, ma deve dirigersi verso le strade della vita e risvegliare l’interiorità della collettività al fine di salvare l’uomo quale essere senziente, capace di amare e provare emozioni. La perdita della consapevolezza non farebbe altro che far morire la sua anima e lasciarlo identico nell’involucro esteriore, ma privo della sua essenza e linfa vitale: un automa alla mercé della volontà altrui. Il ritorno del giovane medico nel suo paese è un cercare di ritornare alle origini “umane”: ma il tempo nulla lascia immutato e il “viaggio” di Miles è una lotta contro la parte disumanizzante di tali cambiamenti. Tra i personaggi principali ci sono anche alcuni psichiatri e psicologi: lo psicanalista di Santa Mira, tra i primi ad aver perso la coscienza di sé, e gli psichiatri che accolgono un Mills apparentemente delirante dopo essere scappato da Santa Mira: offuscati dalla presunzione del proprio io, come chi, rimanendo intrappolato nella propria limitatezza non vuol riconoscere che la sua visuale e la sua conoscenza è un granello di sabbia rispetto alla vastità dell’universo, non crederanno dapprima in lui. Solo la constatazione, avvenuta in modo accidentale e fortuito, da parte loro di un avvenimento raccontato dal giovane medico qualche istante prima, porrà le prerogative per intervenire e salvare l’umanità.

ll produttore Walter Wanger, famoso per aver finanziato alcuni film di Alfred Hitchcock, chiese al regista Don Siegel di dirigere “L’invasione degli ultracorpi” sceneggiato da Daniel Mainwaring. L’offerta fu accettata sebbene il budget complessivo per la sua realizzazione era limitato. Il regista non potendo disporre di effetti speciali, utilizzati solo per quanto concerne i bacelli, e di immagini a colori, scelse di cercare di sfruttare le sfumature del bianco e del nero, le inquadrature dal basso verso l’alto intervallate da riprese oblique, le riprese a campi lunghi e stretti, minimizzando al massimo quelle dei volti in primo piano, al fine di ottenere ambientazioni misteriose e dare il senso all’opera anche attraverso le immagini: la “modernità” che avanza investendo l’uomo con i suoi effetti più nefasti e rinchiudendolo in un cortile dallo spazio sempre più delimitato nei sogni, nei sentimenti e nell’immaginazione. Il film è uscito nel 1956, anni contraddistinti dalla guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Per questa motivazione una parte della critica cercò di interpretarlo in modo propagandistico, attribuendo al medesimo il significato nascosto della lotta degli americani contro i russi. Ma facilmente si constata che la giusta spiegazione non può essere diversa da quella della disumanizzazione che stava avvenendo all’interno degli Stati Uniti. Ricordiamo, infine, che Don Siegel voleva chiudere la pellicola con le immagini di Mills che, non riuscendo a salvarsi, diceva “voi sarete i prossimi”; ma il produttore si oppose a questo finale, che forse sembrava quasi non voler dare via di scampo all’umanità o voler essere un anatema contro la medesima, e impose un finale ottimistico.

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Un’opera povera di budget, ma ricca nel suo significato principale, un’opera che sebbene potrebbe essere definita da “alcuni” appartenente al mondo novecentesco, un mondo che non c’è più, è nella realtà dei fatti premonitrice di eventi la cui scintilla si sta innescando attualmente. Un film tratto dall’omonimo romanzo di fantascienza di Jack Finney del 1955, della durata di circa 80 minuti e da seguire con molta attenzione.

(FM, ’18)

Bibliografia

https://it.wikipedia.org/wiki/L%27invasione_degli_ultracorpi_(film)#Trama

http://www.ondacinema.it/film/recensione/invasione_degli_ultracorpi.html